Un'esperienza - Progetto Luciano America Latina

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Un'esperienza

Il Nicaragua > Campi di lavoro

CAMPI  DI  LAVORO IN NICARAGUA 1986 e 1987

Sono Claudio De Beni,
ed in queste poche righe vi vorrei parlare dei campi di lavoro che l’Associazione Italia – Nicaragua aveva organizzato negli anni ’80 in quel paese del Centro America.
Furono organizzati in appoggio alla Rivoluzione che il Nicaragua stava portando avanti giorno per giorno. Dopo El Triunfo (come dicono i nicaraguensi) del 1979 che abbatté la dittatura dei Somoza che durava da 50 anni, dal 1980 in poi, fino al 1990,  il governo Sandinista dovette affrontare una guerra di aggressione finanziata dagli USA che colpiva, oltre alle persone, anche l’economia.
Era la fine del 1986. Nei 2 anni precedenti, 1984 e 1985, ero stato in vacanza in Perù ed Ecuador per fare visita a un mio caro amico che all’epoca era missionario comboniano  in Perù, Paolo Sartori. Ero rimasto entusiasta dell’esperienza e, siccome l’appetito vien mangiando, volevo conoscere un altro paese dell’America Latina. I paesaggi, i colori, la gente, il modo di vivere, ti entrano nell  ?anima e vorresti che non arrivasse mai il momento del ritorno nella nostra "ordinata, impeccabile e fredda (dal punto di vista umano)" Europa.
Mi stavo organizzando per fare un altro viaggio in America Latina, ma non sapevo ancora che paese avrei scelto. Un giorno sul giornale L’Arena, lessi un trafiletto che diceva:  "Si cercano volontari per campi di lavoro in Nicaragua. Se volete saperne di più potete partecipare alla riunione che si terrà al Centro Mazziano dove vi verrà spiegato ogni dettaglio."
Il Nicaragua ……. Ne avevo sentito parlare una volta al MLAL di Verona, da Don Giulio Girardello, che aveva raccontato la guerra scandalosa che gli stava facendo lo stato più potente del mondo: gli USA. Fino a quel momento della mia vita  non mi ero mai interessato né di politica né di problemi socioeconomici in giro per il mondo. Non sapevo nulla di quel piccolo paese del Centro America, che poi avrebbe cambiato la mia vita per sempre. Decisi così di partecipare alla riunione  con una buona dose di curiosità.
Bene, la sera stabilita arrivai al Centro Mazziano. C’era parecchia gente. Una signora alta, magra, con i capelli lunghi, parlava della situazione del Nicaragua, del perché della guerra, in che cosa consistevano i campi di lavoro, perché  venivano fatti, le modalità di partecipazione e tante altre cose. Era Angioletta Maino di Arco (TN), ed era la coordinatrice a livello nazionale dei campi di lavoro organizzati dall’Associazione Italia Nicaragua.
Quella sera conobbi anche quelli che sarebbero diventati i miei compagni di viaggio (nella solidarietà), per lungo tempo: Luciano Guardini di Fane e Gigliola Vesentini di Caprino Veronese.
Oltre a loro c’erano anche altre persone di Verona e dintorni, come Chiara Zanini, Giorgio e Daniela. A queste persone se ne sarebbero aggiunte altre provenienti da altre regioni d’Italia.
Angioletta ci spiegò che i campi di lavoro erano nella zona nord del paese, nelle regioni di Matagalpa e Jinotega, le regioni produttrici di caffè per eccellenza. La permanenza era di un mese, di cui tre settimane di lavoro ed una di vacanza, per  permetterci così di visitare alcune zone di quello che si sarebbe rivelato un bellissimo paese: il Nicaragua.
Sia il viaggio aereo, che la permanenza (bisognava dare una quota per il vitto) era tutto a carico nostro.
Perché andare a raccogliere il caffè?
In quegli anni, oltre alla guerra, il Nicaragua doveva anche fronteggiare l’embargo economico imposto dagli USA (mancavano un sacco di merci e gli scaffali dei supermercati erano semivuoti). Il caffè permetteva al Nicaragua, se non di nuotare,  almeno di rimanere a galla. Da sempre era stato il primo prodotto di esportazione del Nicaragua. Ma, con la guerra, molti contadini erano stati arruolati nell’Esercito Popular Sandinista impegnato a respingere le incursioni dei Contras che entravano sia da Nord, cioè dall’Honduras, che dal Costarica; e perciò mancava la manodopera.

Le brigate per la raccolta del caffè furono organizzate a livello mondiale in coordinazione con l’allora governo "revolucionario" del Nicaragua. La gente delle brigate di solidarietà proveniva da Italia, Spagna, Svezia, Germania, Messico,  Argentina, Australia Grecia e perfino dagli Stati Uniti.
Probabilmente nel 1986 arrivarono in Nicaragua circa 10.000 "internazionalisti". I campi di lavoro si svolgevano in gran parte nella Regioni di Matagalpa, Jinotega, Estelí che praticamente rappresentano il nord del paese.
Le brigate provenienti dagli USA evidentemente erano in contrasto con la politica del loro governo; il presidente di allora era il tristemente famoso Reagan il quale, invece di solidarietà, al Nicaragua aveva fatto un altro tipo di regalo: una guerra  che lui aveva battezzato "di bassa intensità", ma che in un piccolo Paese di circa 3 milioni di persone (nel 1986) aveva già causato la morte di 50.000 nicaraguensi.
Le brigate quindi, hanno contribuito a mantenere un po’ a galla l’economia del paese.
Un altro merito di queste brigate era che al ritorno nei propri paesi le persone che avevano fatto questa esperienza ne parlavano con amici e con gente comune, mostrando così un’altra verità da quella raccontata dalla RAI e dai principali  quotidiani italiani e/o stranieri, diventando così un megafono della verità.

Uscii dalla riunione con un grande entusiasmo e decisi di partecipare a questa esperienza.
Alla data prestabilita ci imbarcammo a Milano su di un volo Aeroflot (Unione Sovietica), che per portarci in Nicaragua fece quasi il giro del mondo. Il biglietto aereo costava circa un terzo in meno degli altri. L’itinerario prevedeva: partenza  da Milano, arrivo a Mosca, sosta di 6 ore, partenza per Shannon (Irlanda), scalo a L’Avana (Cuba) ed arrivo a Managua, Nicaragua; in tutto 36 ore trascorse fra aerei, scali e soste in aeroporti.
Arrivammo a Managua poco dopo Natale del 1986, all’aeroporto Augusto Cesar Sandino, con un sole a picco ed un caldo torrido. La guerra di aggressione degli USA era iniziata nel 1980 e sarebbe terminata nel 1990. Arrivammo quindi in piena guerra.  Mentre l’aereo in fase di atterraggio diminuiva la velocità, si potevano notare dai finestrini, fra gli spazi verdi che sempre stanno attorno alla pista, dei piccoli bunker con aperture da cui uscivano piccoli cannoni e mitragliatrici. Quello  fu l’impatto con il Nicaragua, e ci fece capire che eravamo arrivati in un paese in guerra. All’aeroporto, molta gente in uniforme militare color verde olivo, gente giovane, anche ragazze.
Vennero i responsabili italiani a prenderci all’aeroporto, tra cui Angioletta Maino: eravamo circa una trentina. Con due piccoli autobus (sembravano quelli dei film italiani in bianco e nero del primo dopoguerra) ci portarono in un piccolo hotel  della capitale, Managua, che si chiamava Arlen Siù, dal nome di una ragazza uccisa dalle Guardie Somoziste. Il giorno dopo visitammo un po’ la città, una capitale "sui generis", sembrava tutta uguale, senza punti di riferimento, case  basse, una grande estensione a perdita d’occhio. Managua era diventata così dopo il terremoto del 1972, che ne rase al suolo il centro; dove una volta c’erano i palazzi e gli alti edifici adesso (1986) c’erano ancora rovine e zone  verdi dove si potevano trovare mucche e cavalli al pascolo.
All’indomani partimmo per Matagalpa, chiamata La Perla del Septentrión, una delle città del nord del paese, famosa per la produzione del caffè. Ci fermammo per pranzare e poi i due piccoli bus presero la direzione di San Ramón, un paesino  a circa 15 Km. dalla città. Da San Ramón, ci trasferirono su di un camion alla U.P.E. chiamata El Cantón a circa un’ora di strada sterrata.
L’acronimo U.P.E. sta per Unidad de Producción Estatal. Queste U.P.E. e questi cafetáles, prima della revolución vittoriosa del 1979, erano "haciendas" di  proprietà di latifondisti. Il governo rivoluzionario le confiscò e le diede in uso alle cooperative di piccoli contadini.
Mano a mano che ci avvicinavamo alla U.P.E. (era di pomeriggio), si poteva ammirare la vegetazione lussureggiante che faceva da contorno alla strada sterrata e, finalmente, potemmo distinguere due/tre case bianche che facevano capolino tra il verde. Eravamo  arrivati. A darci la "bienvenida", oltre al responsabile della U.P.E. ed altri campesinos nicaraguensi, c’era la gente della brigata greca tra i quali facevano spicco due occhioni belli, grandi e neri, quelli di Rura Sifneu, la tipica bellezza  mediterranea. Lei apparteneva alla borghesia di Atene, ma le sue idee andavano da tutt’altra parte e questo giustificava la sua presenza in Nicaragua in quel momento.

Ci sistemarono, ognuno con il proprio zaino, in una "covacha", una specie di magazzino che serviva da dormitorio, con dentro due file di tavolacci di legno, una sopra ed una sotto (tipo quelle del film "La vita è bella" di Benigni, quando lo  stesso era internato nel campo di concentramento), sopra le quali ci sistemammo. Penso che questi erano i dormitori dei braccianti agricoli, quando queste terre appartenevano ai latifondisti.
A fianco di questo "magazzino" c’era un altro edificio che serviva da cucina e refettorio e, più in là, un altro edificio dove c’era il magazzino vero e proprio dove veniva stoccato il caffè , e le macchine che servivano per la  lavorazione dello stesso.
Come cena mangiammo un po’ di riso e fagioli dentro ad una tortilla, una specie di piadina di mais, il tutto accompagnato da una tazza di caffè.
Dimenticavo, tra l’equipaggiamento portato dall’Italia, oltre ad una leggera giacca a vento per la pioggia, agli stivali di gomma, ci portammo anche un piatto, un bicchiere ed un cucchiaio. Il Nicaragua in quel momento storico era carente  di tutto a causa della guerra e dell’embargo economico. Nel nostro gruppo c’era gente un po’ da tutta Italia, Verona e provincia, Bologna, Bergamo, Firenze, Roma, Genova …… e perfino da Lecce. Tutta gente che in Italia  svolgeva la propria professione ed era venuta in Nicaragua per solidarietà, convinta di fare qualcosa di importante, nel senso di dare un appoggio (soprattutto morale) ad un piccolo Paese aggredito dal gigante Golia; quella gente, povera, semplice  e quelle condizioni di vita ci fecero riflettere molto e misero in dubbio tutta la nostra vita in Italia e le nostre sicurezze. Io personalmente sentii che stavo respirando la storia e lentamente mi stavo risvegliando da un torpore …  ?. il torpore in cui il mio ambiente mi aveva fatto vivere in Italia fino ad allora.
Sì, sentivo che qualcosa di grande stava accadendo. Grazie al Nicaragua mi si era abbassato il velo che avevo davanti agli occhi, ora vedevo con più chiarezza. La storia di questo piccolo Paese mi era entrata dentro. La sua lotta per la dignità  contro un nemico sproporzionato, il coraggio dimostrato ogni giorno, questo non piegarsi, anche se la lotta è impari, il confronto con i politici del mio paese che il presidente Ortega avrebbe chiamato "vende patria". Percepire che in Italia i politici  sono dei semidei che noi popolino vediamo sempre a distanza e/o solo in televisione. Vedere come il popolo nicaraguense aveva ancora una dignità (cacciando Somoza e gli americani), mentre noi italiani sul nostro suolo abbiamo 124 basi militari Americane/NATO  e tutti abbassiamo la testa. Vedere come si possono realizzare i sogni (anche se purtroppo ad un prezzo altissimo), vedere anche i grandi sacrifici che stava facendo la gente …… un esempio per tutti noi che venivamo dal cosiddetto 1°  mondo. Sentii che niente sarebbe stato più come prima e così fu.

Durante la cena ci illustrarono gli orari di lavoro e ci parlarono di come si svolgeva la vita alla U.P.E. Il mattino la sveglia era alle 5:30, si faceva la toilette, colazione alle 6:15, per essere pronti alle 7:00 a cominciare il lavoro nel cafetál.  C’era una pausa per il pranzo dalle 12:00 alle 13:00 e poi si riprendeva il lavoro dalle 13:00 alle 17:00.
Per l’igiene, esisteva un rubinetto fuori della covacha, in mezzo ad uno spiazzo, dove ci si lavava un po’ la faccia, le braccia ed i piedi alla bell’e meglio. Per fare la doccia, la sera dopo il lavoro, bisognava prendere  l’asciugamano e tutto l’occorrente, percorrere circa 1 Km. a piedi per arrivare in un posto dove passava un ruscello. Lì era stato costruito un box di legno coperto con qualche sacco di nylon, ed era stato collegata l’acqua del  ruscello ad una grossa gomma, e l’acqua arrivava per caduta.
Dopo una dura giornata di lavoro la doccia lì era come un rivitalizzante. Per le necessità corporali esistevano due latrine secche, costruite in maniera ingegnosa, con delle assi e dei buchi al centro. Vi lascio immaginare i miasmi con il clima  tropicale e le mosche.
Il giorno dopo di buon mattino, divisi in squadre di lavoro e guidati, ogni squadra dal proprio capataz (specie di caposquadra), ci avviammo verso i cafetáles, ossia le piantagioni caffè.
Era la prima volta che conoscevamo "il caffè" sulla pianta.

Le piante del caffè hanno un’altezza che varia dai 50 cm. (quelle giovani) a 3 metri (quelle già adulte). Il caffè inizia a maturare da ottobre fino a febbraio. Si può notare il contrasto dei chicchi rossi sui rami delle piante con  il verde scuro lucente delle foglie. I chicchi crescono per tutta la lunghezza del ramo. Per raccoglierli non bisogna stringere la mano e pelare il ramo, sarebbe troppo facile. Bisogna staccarli uno per uno facendo bene attenzione di strappare solo il  chicco. Si staccano solamente i chicchi rossi, mentre per i verdi bisogna aspettare il mese dopo.

Una volta raccolto, il caffè viene lavato in grandi vasche, da qui immesso in una macchina chiamata "despulpadora", che ha  il compito di togliere la buccia rossa e la polpa molle che si trova intorno al chicco. Il chicco si divide in due, per così dire, semichicchi provvisti di una piccola scanalatura. Dopo la separazione dalla polpa, i chicchi vengono distesi al sole  per togliere l’acqua e l’umidità. Hanno un colore avorio, quasi beige. Da qui, il caffè viene trasferito nei grandi "beneficios", grossi depositi dotati di grandi piazzali dove il caffè viene disteso ad essiccare prima della  tostatura. La zona dove si effettua questa operazione si trova a sud di Matagalpa, nella zona di Sebaco, dove il clima è più secco e fa più caldo.
Riprendendo il cammino verso il cafetál, dopo circa 1 Km. arrivammo e fummo dislocati in gruppi per una vasta area; dopo che ci ebbero mostrato come raccogliere il caffè, iniziammo a lavorare.
I primi tre, quattro giorni, arrivammo alla sera distrutti dalla fatica. Il sole tropicale, gli insetti e l’adattamento fecero la loro parte. In precedenza avevo parlato della colazione: tortilla di mais, riso e fagioli; dopo due giorni ci rendemmo  conto che anche il pranzo e la cena erano uguali, quindi la dieta comportava riso, tortilla e fagioli 3 volte al giorno.
La tortilla, una piadina di maís, è un alimento principe nella dieta di tutti i popoli del Centro America, a partire dal Messico. Ogni tipo di cibo viene accompagnato dalla tortilla, come da noi il pane. Ogni mattina nella cucina, le donne si alzavano  alle 3:00 per preparare la tortilla per tutti, e siccome eravamo in molti, il loro era un lavoro duro.

Dopo una settimana qualcuno cominciava ad averne abbastanza di mangiare solo riso e fagioli, tra cui il sottoscritto. Siccome la colazione era alle 6:15 del mattino e poi si lavorava dalle 7:00 fino a mezzogiorno, verso le 9:00 del mattino, immancabilmente  arrivava quel buco nello stomaco che poi si trasformava in fame, fino a dare qualche giramento di testa, visto anche il caldo umido. Perché  il corpo si abitui alla nuova alimentazione ci vuole del tempo. Fino ad una settimana prima era alimentato  a pastasciutta, pane, salame, verdure e qualche bicchiere di buon vino e quindi tutto quello che stava succedendo era comprensibile.
Ricordo che scoprimmo uno spaccio dove vendevano olio di semi di girasole, lattine di tonno provenienti dall’Unione Sovietica e qualche cipolla e piccolo pomodoro. Scoprimmo quindi come migliorare un po’ il cibo, aggiungendo ai fagioli,  tonno, cipolla ed un po’ d’olio.

I nostri "capatazes" (plurale di capataz) raccoglievano il caffè con noi, ma con due differenze. Una era la loro velocità e destrezza nel lavoro, l’altra era l’arma (un fucile mitragliatore Kalashnikov), qui chiamato AK 47, che portavano  sulla spalla. Erano armati, come lo erano altri nicaraguensi che lavoravano con noi; il motivo era semplice: pur essendo noi fuori dalla zona pericolosa, loro avevano il compito di proteggerci, se per caso qualche gruppo di Contras avesse fatto un  ?incursione.
Ci avevano anche dato ordine di scuotere la pianta del caffè, prima di iniziare il lavoro, perché c’era il pericolo che qualche "coral", piccolo e velenosissimo serpente colorato, si annidasse fra i rami. Oltre a questi serpenti c’era  anche il pericolo di altri serpenti: qualche mina antiuomo collocata sui rami, tra le foglie. Per noi era una cosa fuori dal comune, ma i nicaraguensi hanno convissuto con questa paura per 10 anni ed oltre. Le precauzioni non erano prese a caso, perché  un giorno uno dei nicaraguensi ammazzò un serpente coral con il machete.

Per raccogliere il caffè avevamo una cesta a tracolla che ci permetteva di avere le mani libere. Una volta che la cesta era piena, si svuotava in un sacco. La sera, dopo le 17:00, tutti arrivavano al magazzino dove veniva eseguita la pesatura, ognuno  con il proprio sacco. La pesatura si svolgeva nel seguente modo. Il contenuto del sacco veniva versato a più riprese in un secchio di forma rettangolare chiamato "lata". La lata era considerata l’unità di misura. Per dare l’idea della  differenza del lavoro tra noi stranieri ed i nicaraguensi, mentre noi a fine giornata raccoglievamo dalle 3, massimo 4 o 5 latas di caffè,  i nicaraguensi partivano da un minimo di 7 fino ad arrivare a 9 oppure 10 latas. Il nostro aiuto quindi, dal  punto di vista materiale non era considerevole, ma era meglio averlo che non averlo, soprattutto dal punto di vista dell’importanza internazionale che rivestiva.
Alla U.P.E. El Cantón, oltre a noi, come dicevamo, c’era una piccola brigata di greci ed una di ragazzi provenienti dagli Stati Uniti,. Erano per lo più latini ed afrodiscendenti, chiaramente di una classe medio bassa, che però a differenza  del loro presidente Reagan che stava finanziando la guerra contro il Nicaragua, venivano in pace e con animo solidario. La loro opinione sul governo e la politica estera degli Stati Uniti era pessima ed erano in totale disaccordo su quanto stava avvenendo  in Centro America. Negli stessi anni ’80, "los gringos", come vengono chiamati gli USA, oltre a finanziare la guerra contro il Nicaragua, armando i Contras e dando loro addestramento militare, foraggiavano gli eserciti di Salvador e Guatemala,  che se la stavano vedendo con la guerriglia interna a quei paesi. Gli eserciti di questi 2 paesi si erano distinti per la loro crudeltà non solo verso i guerriglieri, ma soprattutto verso il popolo e la gente umile. Nel 1980 un sicario del Maggiore  D’Aubisson dell’esercito del Salvador ammazzò a sangue freddo il vescovo Mons. Romero; anni dopo, esattamente nel 1989, sempre l’esercito de El Salvador, trucidò 6 padri gesuiti e due domestiche. Chi compì materialmente il  massacro furono i soldati del battaglione Atlacatl (truppe speciali). I mandanti furono l’alto comando dell’esercito e, dietro le quinte, la tristemente famosa C.I.A. americana, che tanto dolore ha seminato in America Latina ed in molte  parti del mondo.
La sera, dopo il lavoro, come per incanto usciva dal nulla qualche chitarra e quindi i Nicaraguensi (che sono maestri in questo) davano sfoggio della loro bravura. Poi però pretendevano che noi cantassimo loro delle canzoni italiane: la più richiesta  era "Bella Ciao".
Dopo circa 10 giorni del nostro "soggiorno", arrivarono a darci una mano anche una ventina di giovani della Polizia Sandinista, chiaramente armati. Facemmo amicizia anche con loro, e ricordo una sera, dopo cena, uno di loro suonava la chitarra e cantava,  avendo appese alle bretelle di cuoio dell’uniforme, due granate del tipo "ananas". Imparammo anche a convivere con questi flash, inusuali per noi.
Alcune sere furono organizzate riunioni con organizzazioni sindacali, alcuni responsabili del FSLN (Frente Sandinista de Liberación Nacional) di Matagalpa, altre sere ci riunimmo con la gente della U.P.E. Tutte queste persone ci parlarono del loro  paese, della dittatura Somozista spazzata via dalla Revolución, della Contra, dell’embargo, della guerra, delle conquiste della rivoluzione.

Un sabato pomeriggio Luciano Guardini ed altri volonterosi si diedero da fare e raccolsero della cicoria che cresceva nei campi circostanti. La lessarono in un pentolone e tutti noi italiani ne mangiammo avidamente, mentre i Nicaraguensi ci guardavano  increduli chiedendoci "Como pueden ustedes comer de ese monte?" che in italiano suonava più o meno così: "Come fate a mangiare quest’erba?". Chiaramente era fuori dalla loro cultura alimentare. Questo fu uno dei momenti divertenti  dell’incontro di due diverse culture. Qualcuno di loro tentò di mangiarne ma dall’espressione della sua faccia non ci sembrò tanto entusiasta.

Una domenica decidemmo di andare al pueblo di San Ramón, circa 3 ore a piedi.
L’obiettivo era quello di passare una domenica diversa e magari mangiare anche qualcosa che non fosse riso e fagioli. Realmente, e mi vergogno a dirlo, ero arrivato ad un punto in cui il mio obiettivo primario era quello di mangiare e riempire  lo stomaco. Mi ricordo che mi svegliavo la notte con i morsi della fame, e qualche volta, durante il sonno, invece di sognare qualche bella fanciulla, ho sognato dei panini col salame e del buon vino. (Ma queste sono misere facezie di un europeo che per  20 giorni non riusciva ad andare più in là del proprio stomaco). Gigliola, al contrario, non solo non ha mai detto:"Ho fame", ma quando ce ne andammo mi confessò che era aumentata di 2 Kg di peso.
Arrivammo al villaggio verso le 11:30, e mi ricordo che per prima cosa ci infilammo in una bettola, dove, oltre al riso e fagioli ci servirono anche un pezzetto di pollo, qualche fetta di pomodoro e della verza. Ci sembrò un pranzo da re e così  replicammo.
Nel dopo pranzo visitammo un po’ questo piccolo villaggio ed almeno io personalmente ero incantato, vedendo la gente che andava a cavallo proprio come nei film della mia infanzia, quei bei film sul Messico. La lingua era quella, lo spagnolo, la  gente era di discendenza "india", come in Messico e quindi la mia fantasia galoppava. Mentre visitavamo il villaggio, a me Luciano e Gigliola venne la bella idea di salire su una delle colline circostanti e fare delle foto al panorama.
Ne scegliemmo una che secondo noi era la migliore: aveva la forma di un cono perfetto e la punta leggermente arrotondata. In mezzora salimmo fino alla cima, solo che attorno alla cima vi era del filo spinato, messo lì come per preservarla …  ?. Mentre sul pendio crescevano alberi ed arbusti, sulla cima, circondata dal reticolato, cresceva solo dell’erba verde ed alta. Passammo sotto il reticolato e finalmente eravamo in cima. Proprio sulla punta c’era una trincea, ed al suo  interno, come pure attorno, vi erano dei bossoli di proiettili del Kalashnikov, il fucile mitragliatore usato dall’E.P.S. l’Esercito Popular Sandinista. Pensammo che quella collina era usata come punto di osservazione dall’alto. Così  cominciammo a scattare foto: il panorama era bellissimo, si vedeva tutto attorno a 360°, le diverse tonalità di verde, i cafetales, le capanne dei contadini, il cielo blu, le nuvole bianchissime, eravamo come in uno stato di estasi ….. quando  l’estasi fu interrotta dalle grida di una pattuglia dell’esercito che saliva la collina di corsa.
Ci erano venuti ad avvisare che eravamo entrati in un campo minato. In pratica ci salvarono la vita.
Ci fecero uscire dalla stessa parte da cui eravamo entrati e per fortuna non successe niente. Solo dopo qualche istante e dopo una bella sgridata da parte dei militari ci rendemmo conto della gravità di ciò che era successo. Quando mi fu possibile  andai nella Cattedrale di Matagalpa ad accendere un cero come ringraziamento, e se qualcuno lassù, o il caso benevolo, non ci avessero protetto, forse oggi non saremmo qui a raccontarlo.

Fra i personaggi conosciuti a questi campi di lavoro ce ne fu uno (per fortuna c’è ancora), che considero importantissimo per noi, divenuto poi un nostro grande amico, grazie al quale iniziò la nostra solidarietà con el pueblo de Waslala.
Dopo un giorno o due che stavamo alla U.P.E., si incominciarono a conoscere le facce ed anche a fare conoscenza delle persone. C’era fra di noi un tipo alto, magro, gioviale, simpatico, elegante, sul conto del quale correvano delle …  ?. per così dire …… leggende, tipo, …….. insomma ……. che lui era un prete.
Ed io, abituato ai preti tradizionali che abbiamo in Italia, pensavo: ma che ci fa un prete in un campo di raccolta di caffè, appoggiando una revolución che in Europa i benpensanti tacciavano di essere filocomunista?
Finché un giorno mi feci coraggio e glielo chiesi personalmente. Lui molto gentilmente mi rispose in maniera affermativa, e poi conoscemmo la sua storia. Lui era un prete bergamasco, che aveva lavorato per anni come prete – operaio - contadino  vicino a Roma, era già stato in Bolivia e adesso lavorava nella parrocchia di Waslala, un paesino a 141 Km. a nord-est di Matagalpa, come aiuto parroco e responsabile dei progetti agricoli che la parrocchia sviluppava nelle comunità contadine della  montagna. Era venuto, oltre che per un’esperienza personale, per appoggiare l’esperienza rivoluzionaria delle comunità di base del Nicaragua, in questo che poteva essere un bellissimo sogno a livello mondiale; ma come si sa, i potenti  della terra hanno fatto di tutto e lo stanno facendo tuttora per soffocare qualsiasi tentativo di ribellione contro questo iniquo sistema economico.
Il suo nome era Ubaldo Gervasoni, di Roncobello Baresi, un piccolo paesino sulle belle montagne della Val Brembana in provincia di Bergamo.
Lavorava nelle zone di guerra, battutissime dai Contras, con i quali si era incontrato-scontrato più volte. Era già stato minacciato e quindi il suo lavoro non era per niente facile.
Fra l’altro le sue idee di teologia non collimavano certo con quelle della gerarchia cattolica nicaraguense, avendo lui abbracciato in pieno la "Teologia della Liberazione"; lui e quelli come lui erano visti in seno alla Chiesa come dei comunisti  e sovversivi.
I Contras avevano poi ricevuto una specie di legittimazione dopo la visita del Papa Giovanni Paolo II° nel 1983, quando aveva "condannato" la rivoluzione, la chiesa popolare e la teologia della liberazione. Grazie a lui i Contras presero forza e così  aumentarono le imboscate, gli assassinii di gente innocente (bambini, donne, vecchi), gli attentati.
Basti pensare che nelle tasche di alcuni Contras morti furono trovati dei santini raffiguranti la Madonna ed il Papa e le scritte "Dio è con noi" che fu anche il motto dei nazisti. Ricordiamo che è arcinoto che i Contras (addestrati dagli USA) si  macchiarono, durante i 10 anni di guerra, di orrendi crimini. Queste erano cose che stridevano con quello che dichiarava la Chiesa.
Bene, in mezzo a tutto ciò Ubaldo venne a lavorare con noi nei cafetales, e fu grazie a lui che iniziammo a conoscere meglio il paese. Ci raccontò dei progetti sociali portati avanti dalla Parrocchia di Waslala grazie a lui ed al parroco Enrique  Blandón, anche lui di idee progressiste.
La parrocchia appoggiava la gente della montagna di Waslala nei campi sanitario, educativo, agricolo e nella promozione della donna. Si sa che in America Latina le donne sono vittime del maschilismo e spesso vengono discriminate.
A Ubaldo va dato anche il merito di avere fondato ACAWAS (Asociación Campesina Waslala), un’associazione di contadini di varie comunità della montagna, con lo scopo di migliorare la produzione agricola, i redditi delle famiglie, ed il livello  di vita della gente. Si potrebbe dire che fu fondata sull’onda de "l’unione fa la forza". Grazie ad ACAWAS si organizzarono dei corsi per gli agricoltori che riguardavano la conservazione dei suoli, l’agricoltura biologica, l  ?eliminazione dei pesticidi, l’inserimento di nuove metodologie per gli allevamenti del bestiame, una banca di sementi, ecc.
Grazie ad Ubaldo, la Provincia di Trento finanziò anche un macchinario per sbucciare il riso, evitando così di portarlo fino a Matagalpa. Sono anni che, grazie a questo macchinario, ACAWAS offre questo servizio a tutto il municipio di Waslala.
ACAWAS con gli anni, divenne un’istituzione importante in Waslala, ed un punto di riferimento per noi in Italia.
Lui in Italia aveva organizzato dei gruppi in varie regioni d’Italia, che finanziavano direttamente i progetti che portava avanti la Parrocchia di Waslala. E’ stato infatti, per anni il punto di riferimento della solidarietà italiana  con il Nicaragua.
Dopo questa esperienza cominciammo anche noi della Valpolicella, Caprino Veronese e zone limitrofe ad appoggiare Waslala con dei piccoli progetti.
Il tutto iniziò al nostro ritorno, dopo un mese. Dopo esserci incontrati con i responsabili a livello provinciale e nazionale, Giliola Vesentini, Luciano Guardini, ed il sottoscritto, cominciammo ad organizzare serate ed eventi per vendere artigianato  e libri riguardanti il Nicaragua ed il Centro America.
Avevamo portato delle borse piene di artigianato, sia dal Nicaragua che dal Guatemala e quindi a queste manifestazioni, si montavano delle bancarelle su cui venivano esposti gli oggetti di artigianato, libri ed opuscoli che parlavano del Centro America,  delle guerre in corso in Nicaragua, El Salvador ed il Guatemala, che per i mezzi di informazione italiani passavano quasi inosservate.
Ricordo che l’artigianato comprato a pochi soldi in Centro America, si rivendeva qui a prezzo maggiorato con il fine di ricavarne il denaro con cui finanziare i progetti a Waslala.
Oltre a ciò si faceva sensibilizzazione, organizzando serate a tema, mostrando diapositive e cercando di sgonfiare le grosse bugie che i mezzi di informazione italiani propinavano alla maggioranza della gente, ignara di quanto stava succedendo.
Ricordo che con Gigliola, a seguito di due scandalosi reportages, scrivemmo due lettere di fuoco sia a RAI 1 che a Rete 4, naturalmente senza riceverne risposta.
L’esperienza del Nicaragua ci aveva dato un entusiasmo e una forza d’animo fuori del comune; le immagini del Nicaragua erano rimaste bene incise nella nostra mente, e quindi ci sentivamo in dovere di fare qualcosa per quella gente che, oltre  ad averci ospitato ed averci aperto una finestra su un mondo fino ad allora sconosciuto, era vittima innocente di una guerra ingiusta.
Gli eventi a cui partecipavamo si svolgevano di sera, nei giorni festivi e quindi a volte si rinunciava al relax personale per una giusta causa. Ma ne è valsa la pena, sia per noi personalmente, che per i risultati ottenuti.

Sull’onda di questo entusiasmo partimmo anche l’anno seguente (dicembre 1987) e questa volta fummo destinati alla U.P.E. Santa Martha che rispetto a El Cantón era molto più lontana in direzione di Pancasán (sito storico della rivoluzione).  Rispetto all’anno precedente era cambiata qualche persona, ma ci ritrovammo in un buon gruppo anche nel 1987. Da Sant’Ambrogio di Valpolicella era venuto anche il mio amico Rinaldo "Chico" Martini, e da Marano Lagunare (vicino a Lignano)  era venuto anche Gianfranco Faccio, pescatore di professione, di una simpatia unica. Ricordo che per prendere l’aereo a Milano il mattino presto, dovemmo salire su di un treno a Verona Porta Nuova nel cuore della notte; alla stazione ci si avvicinò  un tipo con barba, orecchino, capelli arruffati e con un berretto simile a quello del Dottor Zivago; lì per lì rimanemmo perplessi, visto anche l’orario ed il luogo, ma poi scoprimmo che era Gianfranco che veniva con noi in Nicaragua ed in  più scoprimmo che era una splendida persona.
Da Milano, diretto a Managua, l’aereo fece il solito giro del globo di 36 ore, solo che quest’anno invece di fare l’ultimo scalo a Cuba, lo fece a Kingston (Giamaica).

Arrivammo alla U.P.E. Santa Martha che si trovava a nord est de El Cantón di circa 40 Km. Oltre a noi arrivarono ancora i greci, ed una brigata di studenti/studentesse e professori dell’UNAM (l’Università di Città del Messico);  erano anche loro un gruppo di una trentina di persone.
Il primo giorno iniziammo a raccogliere il caffè sotto una pioggerellina insistente, per cui ci dovemmo quindi riparare con gambali e giacche a vento. La pioggerellina continuò anche il giorno dopo e quell’altro ancora, trasformandosi poi  anche in pioggia vera e propria. Così per 20 giorni. A volte si sentiva l’acqua gelida correre lungo la schiena ….. fino alle parti basse. Il sole apparve solamente qualche mezza giornata per poi cedere il posto a degli acquazzoni tropicali.
Ricordo che era molto difficile asciugare i panni lavati, così molti di noi decisero di usare i pantaloni da lavoro per più giorni. Piovendo molto ed essendoci molto fango, questi ne erano talmente impregnati, che alla sera quando ce li levavamo  rimanevano in piedi da soli.
I cafetáles erano abbastanza lontani dalla "covacha" (dormitorio) e dal refettorio per cui, qualche volta, il pranzo veniva distribuito direttamente nel cafetál. Ci mettevano nel piatto una cucchiaiata di fagioli ed una di riso, e sopra una  tortilla calda di mais. Un giorno, uno dei pochi in cui era uscito il sole da circa un’ora, dense nubi si addensarono sopra le nostre teste e di lì a poco ebbe inizio l’acquazzone.
In due o tre minuti i miei fagioli ed il mio riso stavano galleggiando nell’acqua che dal cielo cadeva nel piatto. Ebbi un momento di crisi e gettai il piatto con tutto il contenuto giù per il monte dicendo: "Ma chi me lo ha fatto fare di venire  qui?" In quel momento si erano sommate molte cose nella mia mente e quello fu uno sfogo anche per vincere lo stress: la fame, le condizioni di vita, la pioggia, le condizioni igieniche precarie …….. da qualche parte dovevo sfogarmi. Poco  dopo mi pentii e pensai che lì ci ero venuto di mia volontà, per uno scopo ben preciso e quindi non avrei dovuto lamentarmi. Dopotutto, quelle erano le condizioni di vita della gente del campo nicaraguense per 365 giorni l’anno ed io, rispetto  a loro, ero un privilegiato.

Lavoravamo insieme anche alle brigate di altri paesi, e quell’anno facemmo amicizia con i messicani. Ci rendemmo conto che i poverini avevano ai piedi solamente delle scarpe da tennis. Alla nostra domanda del perché non avessero gli stivali  di gomma, ci raccontarono quello che era loro successo.
Erano venuti in Nicaragua con un bus (i vecchi School Bus gialli, americani, che si vedono nei film) attraversando il Guatemala e l’Honduras. Entrati in Honduras erano stati fermati dai militari e dalla polizia che con un subdolo stratagemma sequestrarono  loro tutti gli stivali. Dissero loro che in Nicaragua non pioveva e che quindi non ne avevano bisogno: fecero questo per boicottare in qualche maniera il Nicaragua, visto che l’Honduras, oltre ad ospitare sul proprio territorio le basi dei Contras,  era anche considerata la portaerei USA del Centro America; sul suolo hondureño infatti vi erano importanti basi militari americane che servivano sia per addestrare i Contras, che per sorvegliare tutto il Centro America.
Quindi per ovviare alla mancanza di stivali i poveri messicani si legarono attorno ai piedi dei sacchi di plastica per ripararsi dalla pioggia, dal fango e dall’umidità …….. vi lascio immaginare i scivoloni a cui erano soggetti  sulle scoscese colline nicaraguensi.
Facemmo con loro una bella amicizia perchè erano latini, allegri, chiassosi, come noi italiani.
La sera si conversava e, nel limite del possibile, con il poco materiale a disposizione fu possibile anche uno scambio culturale culinario; noi italiani cucinavamo per loro della pasta e loro per noi, il cibo messicano. Dopo il cibo venivano i canti nei  quali i messicani erano dei maestri. Le (canzoni) rancheras dei Mariachis erano bellissime. Ricordo che una notte, con la luna piena sentii la melodia di una chitarra suonata con una dolcezza infinita; mi avvicinai e vidi Firmín, un ragazzo messicano  con tanto di "bigotes" (baffi), detto El Diablo che stava dedicando "Canción Mixteca" ad una ragazza italiana ….. le stava facendo la corte cantandole una serenata. Meraviglioso!

Dopo 22 giorni di lavoro e pioggia alla U.P.E. Santa Martha, la brigata partì per una vacanza in giro per il Nicaragua. Ci dividemmo in gruppi: io con Luciano, Gianfranco Faccio e due ragazze di Verona, Franca e Giannina, ce ne andammo sulla Costa  Atlantica, e precisamente sulla bellissima isola di Corn Island. Lì è proprio Caribe, l’etnia della gente è prevalentemente afro, si parla inglese e la cultura musicale è puro reggae.
Dopo aver trascorso lì circa una settimana, avendo ancora delle ferie da spendere, con Luciano, Giannina e Franca, ce ne andammo in Guatemala qualche giorno. Lì, dopo una settimana ci dividemmo ed io me ne andai in Messico una settimana, per poi  fare ritorno a casa. Loro si fermarono più tempo, sia in Guatemala che in Messico.
Proprio in Messico, su una spiaggia del Pacifico, Luciano, per caso conobbe una coppia ……. guarda caso proprio di Verona, Graziano ed Antonella, novelli sposi in viaggio di nozze; lui ferroviere e lei socia e lavoratrice della storica Cooperativa  Agricola Ca’ Verde. Graziano era già stato in Nicaragua due anni prima, nel 1986, in un campo di lavoro per la costruzione di una scuola a Matagalpa.
Al ritorno in Italia, Luciano mi raccontò di questa conoscenza che aveva fatto e mi disse anche che erano gente simpatica ed attiva, e che quando seppero che anche Graziano era stato in Nicaragua si entusiasmarono. Li facemmo entrare nel nostro circolo  dell’Associazione Italia Nicaragua e da lì cominciò il nostro cammino insieme. Dal 1988 Graziano ed Antonella sono parte attiva ed integrante dell’Associazione Italia Nicaragua della Valpolicella.
Qualche anno dopo (tra il 1994 ed il 1995) anche loro hanno prestato un anno di servizio volontario proprio a Waslala: lei lavorando con le donne negli orti comunitari e lui nella contabilità di ACAWAS (Asociación Campesina Waslala).
Durante la loro permanenza in Nicaragua ricevettero la visita di due loro amici di Chievo, Paolo Mion e Luciano Caldana. Paolo e Luciano andarono a Waslala dove rimasero per circa un mese conoscendo la realtà quotidiana della gente locale.
Come tutti, furono impressionati dalle dure condizioni di vita e, nello stesso tempo, dalla dolcezza ed allegria della gente di Waslala. Anche loro, una volta in Italia si entusiasmarono, partecipando alle varie attività dell’associazione fino  alla morte prematura di Luciano.  
(Vedi pagina: Come nasce l’Associazione Progetto Luciano)


Claudio De Beni

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