Articolo su Padre Pasquale - Progetto Luciano America Latina

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Articolo su Padre Pasquale

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CORUMBA' E IL PANTANAL

Corumbá è una cittadina di circa 110 mila abitanti, sita nello stato brasiliano del Mato Grosso del Sud, nella regione del Pantanal,  zona umida formata dal bacino del Rio (fiume) Paraguay che più a sud, nel suo procedere  darà il nome anche allo stato del Paraguay.

Sulla Rua (Via) Dom Aquino si trova la parrocchia São João Bosco (San Giovanni Bosco). La chiesa è una costruzione moderna, semplice ed elegante ad un tempo. Davanti all’ingresso campeggia un grande quadro con il volto inconfondibile  di san Giovanni Bosco. Il Parroco si chiama Pasquale Forin, missionario salesiano nato nella provincia di Padova, «ma - precisa - con familiari in Piemonte, a Nizza Monferrato e Alessandria». Veneto o piemontese poco importa ormai: padre Pasquale  è in Brasile da 53 anni e a Corumbá da 26.

Corumbá è sorta a lato del fiume Paraguay e del Pantanal, una grande pianura alluvionale dalle caratteristiche uniche. «Forse a causa delle mie origini contadine - spiega padre Pasquale -, fin dal mio arrivo ho sempre accompagnato il cammino  delle comunità rurali del Pantanal». Il missionario segue gli insediamenti contadini per un totale di 1.500 famiglie, comprese quelle degli indigeni guatò. L’appoggio va dall’assistenza legale per difendere la terra dagli appetiti  altrui fino al micro credito.
Basterebbe il lavoro svolto con le comunità rurali per qualificare come fuori dell’ordinario l’opera del salesiano. Ma questo non è che un aspetto della sua attività. Con la parrocchia, difatti, Padre Pasquale ha dato vita  a tre progetti: un ospedale diurno per bambini denutriti (Casa de Recuperação infantil padre Antonio Müller, Cripam); un centro di doposcuola per ragazzi dai 7 ai 18 anni (Centro de Apoio Infanto Juvenil, Caij); una struttura per  bambini abbandonati (Casa Irma Marisa Pagge). Per capirne la portata occorre visitarli.

VIA DALLA STRADA, VIA DALLE TENTAZIONI

Il bairro (quartiere) si chiama Cristo Redentor.
Il Caij è in un’ampia costruzione circondata da mura color verde pallido. «Non è una scuola - ci spiega padre Pasquale  - ma un centro d’accoglienza per ragazzi dai 7 ai 18 anni provenienti da famiglie povere e con problemi. Arrivano da noi quando non c’è scuola. È un modo per evitare che stiano sulla strada, dove ci sono molti pericoli, soprattutto  quelli legati alla droga (consumo e spaccio). Come in tutto il Brasile, anche qui si può comprare una dose di crack, maconha o cola con un solo real».
Il Caij ospita 560 ragazzi, a cui viene offerto tutto: lo svago, i pasti, l’assistenza. E poi un aiuto scolastico in accordo con gli istituti.  Un impegno notevole, come dimostrano le 30 persone che vi lavorano. Entriamo. Una targa affissa al muro ricorda che il padiglione del Caij è stato costruito con risorse provenienti da Spagna, Italia, Slovenia e Belgio. Le aule sono state costruite  attorno a un campetto sportivo, protetto da una copertura e dotato anche di una piccola tribuna. È occupato da un folto gruppo di ragazze e ragazzi che, divisi in gruppi, stanno gareggiando accompagnati dal sottofondo musicale regalato da un  ?orchestrina. «Gli istruttori sono ragazzi cresciuti qui dentro, che ora sono diventati volontari», spiega padre Pasquale.

Accanto al Caji, c’è la struttura della Cripam. Si tratta di un ospedaletto diurno per minori denutriti  da 0 a 6 anni. Uno dei pochi esistenti in Brasile. Entriamo in una stanza dove ci sono una quindicina di bambini, alcuni dei quali con problemi psicomotori. Stanno giocando sotto lo sguardo vigile delle maestre. «Andiamo a prenderli ogni mattina con  un pullmino. E la sera li riportiamo alle loro case» spiega padre Pasquale. Nelle stanze a fianco, disposte in file ordinate, ci sono una trentina di culle di colore bianco. Ventilatori al soffitto, pareti rallegrate con disegni colorati, giochi. Non  manca nulla.


A circa 500 metri di distanza sorge la La Casa Marisa Pagge, che si può considerare una costola della CRIPAM; essa si trova  nel bairro (quartiere) Cristo Redentor, accanto all’abitazione "storica" dei volontari dell’Operazione Mato Grosso. È stata realizzata con il contributo concreto del Rotary Club (Nizza Monferrato, Canelli, Tortona, ) e della Associazione  O.A.S.I, nel 1999. Accoglie bambini orfani, o abbandonati o tolti alle loro famiglie per motivo di violenza. Sono inviati alla Casa Marisa Pagge dal Tribunale dei Minori di Corumbá. La Casa, che ha 12 posti letto, può accogliere,  oggi, fino a 15/17 bambini da 0 a 6 anni (in questi ultimi tempi ne ha accolti 27!). Funziona come una casa - famiglia nella quale i bambini vengono ospitati 365 giorni l’anno, in attesa che il Tribunale dei minori li reinserisca nella loro famiglia,  quando c’è, ed offre al bimbo condizioni adeguate per la salute fisica, psichica e morale, o li consegni ad una famiglia per l’adozione. Le presenze giornaliere sono circa 5.000 all’anno.

PANE E LIBERAZIONE
«Non riesco a parlare di Dio a chi non ha da mangiare», confessa padre Pasquale. Pare un’affermazione della teologia della liberazione, un mondo a cui i salesiani - per scelta e per tradizione - non sono mai stati molto vicini. «Questa  - spiega convinto il missionario - è la vera teologia della liberazione. Quella di Hélder Câmara e Luciano Mendes». In verità, poco importa incasellare l’azione di padre Pasquale Forin. Mai come nel suo caso vale il detto popolare:  «Più delle parole contano i fatti». Fatti che a Corumbá si possono vedere e toccare con mano.

IL PANTANAL: uno scrigno sotto assedio

Il Pantanal, la più grande zona umida del mondo, è in pericolo. Il cambio climatico sta modificando l’alternanza delle stagioni secca e piovosa. Le monocolture e le mandrie bovine distruggono la vegetazione e uccidono i fiumi. A pagarne  le conseguenze, è l’intero ecosistema e gli abitanti più poveri.
Corumbá: dalla terrazza si ammira il corso placido del Rio Paraguay e dietro di esso un’estensione verde e piatta che si perde all’orizzonte. È la pianura del Pantanal, con la sua vegetazione a prevalenza di arbusti e manto erboso.  Il Pantanal - che in portoghese significa «palude» - ha una superficie di circa 210 mila chilometri quadrati distribuiti su tre paesi: la Bolivia, il Paraguay e soprattutto il Brasile. È infatti quest’ultimo che ospita quasi il 70% del  bioma. Precisamente nel sud dello stato di Mato Grosso e nel nord-est dello stato di Mato Grosso do Sul.

Durante la stagione delle piogge (da ottobre a marzo), l’acqua defluisce dagli altipiani circostanti alle terre basse del Pantanal ingrossando i fiumi che straripano inondando gran parte del territorio. Durante la stagione secca, l'acqua si ritira nei letti dei fiumi, le lagune e i piccoli canali (corixos) si riducono o addirittura scompaiono. A causa delle sue peculiarità, il Pantanal è un santuario della biodiversità, ospitando un campionario di animali, pesci,  uccelli e piante che non ha eguali nelle Americhe e di conseguenza arrivano persone da tutto il mondo per fare caccia fotografica.
Oggi anche questo bioma unico è in pericolo.

I rischi e i danni ambientali arrivano dal cambio climatico (che ha prodotto inondazioni devastanti o siccità), ma anche e soprattutto dalle attività umane sugli altipiani circostanti, nel Mato Grosso e nel Mato Grosso do Sul: l’espansione  delle attività agroindustriali (con annesse deforestazioni e uso di prodotti agrochimici, soprattutto per la coltivazione della soia), la crescita esponenziale dell’allevamento bovino   (con un enorme impatto ambientale), le attività minerarie (estrazione aurifera in testa) hanno contaminato le acque che arrivano nel Pantanal; la costruzione di dighe ha modificato, ampliato o reso permanenti una parte delle zone inondate.
Con oltre 25 anni di permanenza nel Pantanal padre Pasquale Forin può testimoniare personalmente i cambi avvenuti nell’ecosistema naturale e umano. «In alcune colonie - racconta il missionario -, prima si arrivava in barca, adesso si  cammina per ore e ore dal fiume fino alle case. In questi anni io ho visto le trasformazioni del Rio Taquari, uno degli affluenti principali del Rio Paraguay: il suo corso naturale è stato deviato, il suo letto ridotto dai sedimenti, la vita nelle  sue acque ammazzata dai fertilizzanti chimici». I mutamenti nel Rio Taquari sono testimoniati da un dato impressionante: nel corso dell’ultimo decennio, la pesca nel fiume è diminuita di sette volte, passando da 485 tonnellate all’anno  a soltanto 62.
I cambi nell’ecosistema si sono riflessi pesantemente anche sugli abitanti del Pantanal. Relativamente pochi (poco più di 200 mila, 2 per chilometro quadrato), essi si distinguono in Pantaneiros (compresi alcuni gruppi indigeni:  Kadiwéu, Guató, Terena, Umutina, Bororo, spesso composti da poche decine di individui) e in assentados. Questi ultimi sono arrivati con le assegnazioni di terra da parte dell’Istituto per la riforma agraria (Incra).
«Ai contadini assegnatari di terra hanno dato un contentino - si lamenta padre Pasquale -. La misura minima doveva essere 25 ettari. Qui l’Incra ha dato 13-16 ettari. E la terra è quella del Pantanal, che non è fertile come quella  di altri stati brasiliani. Dopo uno-due anni la terra non è più produttiva, soprattutto in presenza di acqua calcarea, non adeguata per le coltivazioni. Da coltivatori i coloni diventano allevatori. Ma lo spazio necessario è di due ettari di  terra per ogni capo di bestiame. Si prendono così capi di bestiame di qualità inferiore per produrre un po’ di latte per l’autoconsumo o per il mercato. Noi interveniamo per costruire pozzi e cisterne per l’acqua potabile e  con progetti di micro credito, per consentire l’acquisto di sementi o di strumenti di lavoro. Tuttavia, in questa situazione di precarietà molti giovani lasciano gli insediamenti rurali, dove rimangono soltanto i vecchi a coltivare manioca in  attesa di raggiungere l’età della pensione. Senza dire di quelle famiglie che, a causa di un’inondazione, hanno perso tutto e hanno dovuto indebitarsi o abbandonare la terra».
Poi ci sono - in Brasile non mancano mai - i latifondisti (terratenientes), proprietari delle fazendas. L’ultimo rapporto redatto dalla Commissione pastorale della terra (Cpt), encomiabile come sempre, segnala numerosi conflitti  per la terra tra latifondisti e gruppi indigeni locali negli stati del Mato Grosso e Mato Grosso do Sul.
Come in tutto il Brasile, anche nel Pantanal ci sono famiglie o gruppi indigeni che si tramandano la terra da generazioni, ma che spesso non ne hanno la proprietà formale. Di questa situazione cercano di approfittare i latifondisti attraverso  la pratica del grilagem.
«Anche noi abbiamo dovuto - racconta padre Pasquale - difendere molte famiglie dai latifondisti perché non fossero sfrattate da un giorno all’altro. E abbiamo rischiato la vita: questa è gente che non scherza. Arrivavano con i trattori  per buttare giù le loro case. E le donne con i bambini si mettevano davanti ai mezzi. Mi hanno raccontato di un grileiro che ordinò all’autista di passare sopra alle persone che si opponevano e che questi era sceso dal trattore rispondendo  "Se vuole, lo faccia lei". Oggi, per fortuna, la maggioranza delle famiglie da noi seguite ha il titolo di proprietà».
Nell’anno 2000 dichiarato dall’Unesco Patrimonio naturale dell’umanità e riserva della biosfera, il Pantanal ha accresciuto in questi anni la propria visibilità, richiamando un numero crescente di turisti. Come si sa il  turismo è un’attività economica non esente da rischi, anche gravi. Tuttavia, se gestito in maniera adeguata, può essere la scelta meno impattante per preservare un bioma unico ma fragilissimo.


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